Fotografo di Nudo Verona

Ophelia

Quando si dice “il caso non esiste”. Una serata che doveva essere altrove, una pubblicità letta poche ore prima e il cambio di programma di un sabato sera.

Ophelia, una performance di Luca Giacomoni, con la danzatrice Giulia Quacqueri.

Alcuni posti a sedere per il pubblico sono posizionati anche sul palcoscenico e chi lo desidera può accomodarsi su dei cuscini. Prendo posto qui…

Entra in scena Giulia Quacqueri e lo spettacolo, il debutto di Ophelia, ha inizio. Il teatro danza, una delle massime espressioni del corpo che racchiude arti diverse ma in inscindibile dialogo, ha il potere di far muovere anche il mio corpo immobile. Qualcosa di potente si agita dentro di me e provo fin da subito il desiderio di entrare in qualche modo in quella dimensione. Il linguaggio di rappresentazione scelto è una sfida e uno stimolo alla mia curiosità. Capire come vengono portati in scena un pensiero, un’emozione, un dialogo, un’azione: no, non è un processo logico di comprensione e valutazione ma un sentire irrazionale che mi trascina dove non lo so.

In un primo momento inizio a scattare alcune fotografie con il cellulare, il desiderio è crescente. Mi pento di non avere con me la macchina fotografica. Ma poi, una decisione. Ripongo il telefono in borsa, rinuncio alle fotografie perché sento che non posso permettermi di gestire contemporaneamente lo scatto e la suggestione che mi stava coinvolgendo. Era la scelta più giusta e senza rimpianti. Lo stare seduta a terra mi dava un punto di vista insolitamente immersivo. Cosa intendo? Ero ad “altezza Giulia”: non ero a distanza platea, non ero più in alto o più in basso. La sua performance e tutta se stessa erano lì, papabili, accadevano portandomi in scena insieme a lei, accanto a lei. Confini inesistenti tanto quanto spazi e dimensioni da varcare senza stacchi netti. Questa vicinanza fisica ha demolito ogni barriera: non stavo guardando uno spettacolo, stavo abitando lo stesso spazio del suo dramma.

I tanti mondi abitati da Ophelia erano fusi in armonia e in dialogo diventando un solo mondo. Ero totalmente immedesimata nella sua follia, nella sua amorevolezza, nella sua disperazione. Giulia mi ha portata nella vita e nel tempo di Ophelia. Il suo corpo che impatta il pavimento ha pronunciato parole mute ma comprensibili, un voler cercare di aggrapparsi alla concretezza della terra, alle sue radici più profonde. Non c’erano solo parole, ma in quei colpi a terra c’era tutto il peso delle sue insicurezze. La terra non è solo uno sfondo, è l’attrito contro cui combatte.

Le vicissitudini della narrazione così come le risonanze emotive sono diventate una sorta di lettura personale, un’immedesimazione inevitabile.
Domande senza risposte. Paure che riesce a farmi vivere, sogni che riesce a farmi desiderare. La follia che cerca il suo daemon.

Quel susseguirsi di cadute del suo corpo prendeva un significato di vita terrena, nella superficie come nello sprofondarvi. E quell’immobile altra donna, finta ma fin troppo vera, assumeva tutte le sfumature possibili. Il contraltare di un’anima, di un’altra sè, di una donna che muore e rinasce, di quell’accudimento di noi stessi che pare un gesto dimenticato o mai imparato. Ma lei no, non l’ha affatto dimenticato. Perdona se stessa, ama se stessa, accoglie se stessa, cerca se stessa. Tutto questo accade sempre a terra, in contatto con le radici e le fragilità proprie dell’essere umano. Sento che Ophelia, nonostante tutto, sa riconoscersi, anche nella sua follia o nello smarrimento.

 

E dalla terra al cielo il balzo è stupendo. Non attraverso acrobazie eclatanti ma semplicemente un corpo proteso, slanci più o meno palesi verso l’alto e cadute verso il basso che producono, nel mezzo di questa azione, uno spazio tutto da ascoltare e da vivere. Mi piace pensare che quello spazio di mezzo sia la quotidianità della nostra vita in tutte le sue esperienze, un giorno dopo l’altro, un passo dopo l’altro.

Giulia mi ha letteralmente attraversata con una performance che va oltre uno spettacolo in scena. Le immagini che porto dentro me di questa serata inaspettata sono profondamente vive oggi, a distanza di giorni. Sarebbe stato facile scrivere subito, sensazioni a caldo. Ero troppo carica ed ho scelto di farle decantare. Ma riavvolgere il nastro è una conferma di quella immersione in un’Ophelia senza tempo. Ho scelto di vivere le fotografie e non di documentare. Sono diventata io stessa la macchina fotografica vivente, il fotografo e lo spettatore contemporaneamente.

Dimenticavo! Non ho mai letto l’intero Amleto. Non ne conoscevo le sfumature. E portare a casa tutto questo vibrare lo trovo ancora più vero e potente perché non condizionato da alcuna conoscenza o chiave di lettura pregressa. Questo è il potere dell’arte: non serve sapere per capire o sentire.
La fiamma arde. Eppure, in meno di un’ora mi pare di aver letto un’opera intera.
Grazie Giulia!