HANNAH ARENDT
IL FUTURO ALLE SPALLE
Le prime prove pre-debutto erano già iniziate. Arrivo in teatro a quindici minuti dalla fine, prima della successiva prova a cui avrei assistito.
Guardare lo spettacolo in anteprima, cogliere i momenti salienti che valgano una fotografia, sperare che l’attrice si emozioni al momento giusto… sai che foto spettacolare e piena di phatos?!
E invece no! E’ stata lei in scena, in soli quindici minuti, senza un prima, senza vivere il crescendo teatrale, ad emozionare me fino alle lacrime. Solo così, senza aspettative spesso inutili, gli occhi vedono. E sempre gli occhi, quelli di Hannah Arendt, hanno visto dove altri sguardi non si posano, per paura del giudizio, dell’esclusione, della solitudine. Una voce, che ancora oggi riecheggia come monito a sguardi superficiali (cit.).
Un testo straordinario, una donna in scena, Consuelo Trematore, che incarna un riflesso di sè e dei propri valori, l’emanazione di Hannah per non far morire mai quegli stessi valori che oggi più che mai sentono il bisogno di essere letteralmente gridati. E tutto questo passa attraverso una chiara coscienza della propria identità. Nello sguardo, nell’azione, nella voce e nel silenzio ha dato e detto tutto e anche di più. Pensieri e concetti sono così semplici e limpidi per una testa pensante eppure essi sembrano essere così difficili e intricati in questo nostro presente. Ma non nella sua testa, dove non v’è incertezza, non indugia e non trattiene.
E quando l’identità è già chiara o chiara è la sua direzione verso la consapevolezza, anche le fotografie alla fine… arrivano.











